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gagliardi fune

VERBANIA – 18.07.2019 – “Ciao Gennà…”.

La divisa da arbitro poggiata sul feretro e una pianta d’ulivo accanto. Sta anche in questi oggetti, simboli che riassumono una parte della vita di Gennaro Gagliardi, l’omaggio che oggi la comunità verbanese ha tributato al 67enne ex professore del Cobianchi ed ex presidente della sezione Aia di Verbania. Una comunità che è diventata la sua –e della moglie Rosa– a partire dalla metà degli anni ’70, quando in due arrivarono a Verbania da Longobucco, il paese in provincia di Cosenza al quale era ancora oggi molto legato. “Le sue radici sono lì” – ha detto don Angelo Nigro indicando l’ulivo che, ha promesso, pianterà a Ghiffa, insieme a quelli della piana di Sibari che insieme avevano già messo a dimora.

Il sacerdote gli era molto legato, tanto che spesso durante il funerale la voce gli si è incrinata. Era un amico fraterno, la persona che ventidue anni fa, quando giovane prete fu assegnato a Intra, l’accolse in quella casa –ha ricordato don Angelo– che era sempre aperta, dove c’era sempre qualcuno a pranzo e cena.

La disponibilità, la generosità, l’umiltà e la vicinanza alle altre persone sono le doti umane che, a prescindere da quelle professionali, hanno sempre contraddistinto Gagliardi.

La stima e l’affetto che ha raccolto in tutti gli ambiti in cui ha vissuto hanno riempito, in un caldo pomeriggio d’estate, la basilica di San Vittore. Al funerale c’erano i colleghi (anche ex alunni) del “Cobianchi”, dove ha insegnato per quarant’anni rendendosi promotore di tante iniziative. “A scuola veniva anche dopo che era andato in pensione – ha ricordato il sacerdote – finché gli abbiamo detto che non serviva. Quando c’erano da organizzare feste ed eventi era sempre in prima fila”.

Lo stesso impegno l’aveva messo nel Calabria club con cui fiero sosteneva le proprie origini e tradizioni. E nel calcio, passione vissuta come arbitro per dieci anni e, poi, come osservatore e dirigente. È stato presidente della giacchette nere verbanesi dal 1996 al 2008, rilanciando la sezione e accrescendo la quantità e la qualità degli arbitri. In tanti, appartenenti a diverse generazioni, oggi sono venuti a San Vittore per salutarlo un ultima volta.

La sua scomparsa, inaspettata e causata da un male che non aveva dato avvisaglie, ha lasciato tutti sgomenti. Ma il modo in cui ha affrontato la malattia negli ultimi mesi è ciò che la figlia Chiara ha voluto ricordare. Ha lottato – ha detto – con tutte le sue forze, speranzoso di farcela, sempre positivo e ottimista fino all’ultimo. Ricoverato al San Raffaele di Milano, prima che la situazione precipitasse aveva trovato la forza di lasciare l’ospedale per accompagnare la figlia Simona all’altare. Del resto la famiglia è stata, più che la scuola, più che il calcio, più che tutto il resto, il caposaldo su cui ha costruito tutta la sua vita.